I danni delle aree cani sui processi socio-emozionali

È comune, in città, l’abitudine di frequentare le aree cani, sia perché “i cani devono socializzare!” si sente spesso dire, sia perché sono funzionali alla possibilità di lasciare il cane libero dal guinzaglio, consentendogli qualche minuto di autonomia.
Devo dire che nel tempo, grazie alla mia professione, ho avuto modo di osservare quali disagi possono provocare ai cani e vorrei spiegarvi perché, casi eccezionali inclusi, non amo le “aree di sgambamento”.

EFFETTO DOMINO

Le aree cani sono, in molti casi, dei fazzoletti di terra recintati, banali, troppo piccoli e fin troppo frequentati, che non solo non lasciano ai cani spazio vitale e tempi necessari alla conoscenza reciproca, al dialogo, alle preferenze soggettive ma, a causa di una comune omogeneità, riducono il ventaglio di esperienze, indirizzando forzatamente l’attenzione verso gli individui presenti.
È vero che in alcuni comuni esistono aree abbastanza ampie con affluenza bassa e accettabile che offrono ai cani possibilità di respiro, ovvero, il poter guadagnare un po’ di vantaggio sulla presenza costante di altri individui, ma 
resta comunque il fatto che i cani non possono spezzare le interazioni orientandosi altrove, ad esempio, dedicandosi all’esplorazione di una zona sensorialmente interessante o seguendo tracce di animali selvatici, potendo così aumentare a piacimento le distanze sociali e schermare sguardi e traiettorie.
Quando l’affluenza è alta (ma accade anche tra pochi individui, dipende da CHI sono), la forzatura delle dinamiche sociali tra i cani, esercitata dallo spazio limitato e controllato, si traduce in un vortice di emozioni e azioni che, progressivamente, contribuisce ad aumentare in velocità e in intensità le energie messe in campo. A valanga, si scatenano tutta una serie di effetti che portano gli individui coinvolti a mettere in atto comportamenti di risposta alle reazioni altrui. In breve tempo non c’è più un dialogo tra i cani, ovvero uno scambio alla pari di ascolto e informazioni ma tanti piccoli monologhi. Chi chiede tempo, chi chiede spazio, chi si isola, chi si agita, chi si chiude, chi corre da una parte all’altra, chi agisce sul possesso di un oggetto, chi controlla l’ingresso, chi protegge il proprio umano, chi discute, chi si rincorre, chi si prende l’onere di abbassare i toni, chi non vede l’ora di uscire, e via dicendo. Più che conoscenza o amicizia, è un gran caos (e un grande stress!).
A peggiorare la situazione è l’atteggiamento inconsapevole degli umani che può provocare tra i cani gravi fraintendimenti, a partire, ad esempio, dal modo di muoversi e di occupare lo spazio senza alcun criterio, che nei cani rappresenta la loro modalità di esprimersi, dialogare, dare e ottenere informazioni, comunicare.
A frequentare le aree di sgambamento, inoltre, sono individui di diversa razza, età e taglia e questo melting-pot, per alcuni cani particolarmente sensibili, può essere causa di peggioramento. Basta pensare a quanto un cane anziano possa soffrire la presenza di un adolescente nel pieno degli ormoni, o a quanto un cane timido o pauroso possa peggiorare la sua condizione emozionale in presenza di un individuo particolarmente insistente o agitato.

La beagle nella foto ha frequentato aree cani fin da cucciola. La sua sensibilità, a causa delle dinamiche caotiche, si è trasformata presto in un grosso limite tanto che man mano ha iniziato a mostrare segnali di stress e disagio in presenza di altri cani, perfino a distanze ampie. L’irruenza di alcuni adolescenti di taglia grande, l’inesperienza di altri individui, l’insistenza di certi molossi e, in generale, le pressioni sociali a cui è stata esposta anche a causa dell’inesperienza della sua famiglia umana, hanno danneggiato la propria autostima. Non ha avuto la possibilità di essere ascoltata e di acquisire sufficiente auto-consapevolezza per poter comunicare adeguatamente le proprie emozioni, non le è stato concesso di scegliere spazi e tempi giusti per lei, di intavolare una conversazione sana e fruttuosa con gli altri cani, di fare esperienze adatte alla sua età e alla sua personalità in pieno sviluppo.
In presenza di altri cani, pertanto, era incapace di autoregolare le sue emozioni, sfociando in eccessiva reattività, agitazione, paura, ricerca di riparo o fuga.
Smettendo di frequentare l’area cani e trasformando la sua quotidianità in tanti piccoli momenti di piacere, durante i quali potersi esprimere liberamente e senza forzature, nel rispetto dei suoi tempi, dei suoi spazi e delle sue scelte personali, in contesti interessanti e sereni, ha iniziato a prendere fiducia nelle proprie capacità e negli altri, riscontrando, nel tempo, risposte in linea con le sue richieste.
In questa foto è ritratto il primo momento emozionante in cui, per la prima volta in vita sua, è riuscita ad affidarsi un altro cane. Schizzo, il cane nero, l’ha condotta piano piano verso uno stato di apertura, instaurando un dialogo fatto prima di distanze, odori, sguardi, tempi lunghi e dilatati e poi di condivisione. Schizzo l’ha aiutata a trovare un equilibrio emozionale e, cosa molto interessante, l’ha coinvolta in un’esperienza nuova, nello specifico insegnandole a riconoscere e mangiare la parte più legnosa della malva.

SOCIALIZZAZIONE O ESPERIENZE SOCIALI?

La storia della beagle è solo uno spunto di riflessione per comprendere meglio quanto la scelta di determinati contesti rispetto ad altri, sia determinante per il benessere e per la crescita socio-emozionale dei cani. È ovvio che le variabili in ballo siano molteplici, in primo luogo bisogna considerare la diversità di ogni individuo, così come di ogni contesto e delle influenze che lo trasformano. Ma in generale, un contesto in cui le pressioni sociali sono eccessive, dove il cane – spesso non ascoltato né compreso – viene messo nella posizione di doversi confrontare costantemente senza possibilità di respiro, magari anche con difficoltà più grandi di lui a cui non è pronto a far fronte, non è un contesto di crescita e apprendimento, ma di distress (detto comunemente flooding).
Proprio perché il contesto è fondamentale, quando favorisce le condizioni adeguate all’apprendimento supportate da consapevolezza e considerazione, da rispetto e autonomia, da interesse e lentezza, preferisco parlare di esperienze sociali piuttosto che di socializzazione, termine – il secondo – che, personalmente, accosto a situazioni che non tengono conto della soggettività dei cani, essendo più orientate ad un obiettivo che vuole soddisfare aspettative e convinzioni umane, piuttosto che alla qualità di vita dei cani.

CONOSCERE I CANI È ALLA BASE DI OGNI COSA

Purtroppo, soprattutto per chi vive in città, l’area cani rappresenta anche un luogo di aggregazione dove i cani possono incontrarsi e passare un po’ di tempo tra simili, in libertà.
Il rapporto con gli altri è indispensabile per la crescita e per lo sviluppo di ogni individuo. Per un cane, poter frequentare altri cani, è fondamentale. Ma fondamentali sono anche le modalità e le condizioni in cui gli incontri avvengono, così come fondamentale è conoscere i cani.
Parlo in generale ma da animali sociali quali sono, l’impossibilità di crescere in un gruppo familiare stabile, destinandosi ognuno un ruolo specifico a seconda della situazione, stabilendo gerarchie e alleanze, spazi e regole sociali, inficia enormemente sullo sviluppo della personalità e dell’identità di ogni cane. Vivono in un mondo fatto da umani per gli umani, non per i cani.
Dal momento che in città i cani non hanno la possibilità di formare gruppi stabili con cui condividere ogni momento della giornata ma sono esposti, per nostra abitudine e a causa della nostra società, a incontri fugaci e disparati, ogni volta che si incontrano in area cani (ma anche altrove o semplicemente tramite marcatura urinaria) devono ristabilire di nuovo certe regole, sottolineare dei concetti, rimarcare delle informazioni, ricordare, chiarire, spiegare.
Anche se si incontrano ogni giorno, non crescendo insieme, non hanno mai la possibilità di svolgere ruoli utili alla sopravvivenza di un gruppo familiare. Il risultato è dato da quelle dinamiche che ad occhi meno esperti, purtroppo, appaiono come “gioco”.
Devo dire che in rare occasioni mi è capitato di conoscere cani che avendo colonizzato interamente un’area a loro dedicata, hanno poi avuto la possibilità di stringere i rapporti e coltivarli piano piano. Così come mi sono imbattuta in aree cani di quartiere, frequentate da pochissimi individui facenti parte di gruppi familiari, che riuscivano a condividere momenti piacevoli.
Ovviamente le eccezioni esistono ma, in generale, non godono comunque di condizioni sufficientemente appaganti e, in quanto eccezioni, rappresentano casi isolati.
I cani, a differenza nostra, hanno un linguaggio che non fondando sulla parola, viaggia attraverso canali differenti, primo fra tutti il canale olfattivo. La comunicazione chimica – che avviene mediante feromoni e tutte le informazioni contenute nell’urina e nelle deiezioni e quelle secrete da innumerevoli ghiandole corporee – è alla base della loro vita socio-emozionale e contribuisce a creare ologrammi di cani. Nelle zone che frequenta, ogni individuo lascia sempre tracce chimiche di sé che restano per giorni, settimane, mesi se non piove, e che sono a disposizione di tutti gli altri in ogni momento, anche se fisicamente non è presente. In qualche modo lascia una chat aperta con contenuti personali. Se quell’area è frequentata in media da 10/15/20 individui alla settimana, potete immaginare quanti cani fisici o virtuali ci sono ogni giorno in uno spazio generalmente così limitato e così limitante.
Alla pari della comunicazione chimica, anche la comunicazione spaziale e quella temporale hanno un grosso peso sulle loro interazioni. Le distanze spaziali sono a tutti gli effetti delle informazioni chiare e precise che si scambiano tra loro e i tempi che intercorrono, inclusa la velocità degli spostamenti e dei movimenti, sono a tutti gli effetti delle risposte, ma anche delle risorse.
Prendere tempo, spezzare un’interazione, volgere lo sguardo altrove, annusare, allontanarsi, rallentare, schermarsi, fare altro, sono fattori
 funzionali alla comprensione e alla conoscenza reciproca che, nei cani, fonda sempre sul rispetto e sull’evitamento dei conflitti. Ma hanno un’altra funzione ugualmente importante: consentono l’ascolto interiore e il rispetto della propria sfera emozionale.
Un’area limitata, a sua volta, limiterà le esperienze dei cani che la occupano.

CONCLUSIONI

Nonostante possa capire, da una parte, le necessità dei cittadini che vogliono semplicemente offrire al proprio cane la possibilità di svagarsi per qualche ora, credo che molte volte l’utilizzo delle aree di sgambamento sia più una comodità che una reale necessità. Se riuscissimo per un attimo ad osservare le cose da una prospettiva diversa, alla luce di quanto ho raccontato, capiremmo che, sicuramente, non è una necessità per i cani. 
Ogni città offre aree verdi (Parchi urbani o addirittura Riserve urbane) sufficientemente grandi e poliedriche da garantire una lunga, tranquilla e più interessante passeggiata e credo che, volendo, l’alternativa alle aree recintate si trovi facilmente.
Dal punto di vista di un cane è molto più soddisfacente passeggiare e mentre si passeggia fare degli incontri piacevoli, coadiuvati da esplorazioni, perlustrazioni, condivisioni, magari in luoghi con stimoli sensoriali diversi (tane, cespugli, tronchi abbattuti, pozze, stagni, tracce di selvatici, alberi, ecc.) piuttosto che restare chiuso in una zona recintata, piatta e fetida, a barcamenarsi tra una miriade di emozioni e informazioni contrastanti, in una situazione a reattività crescente.

Condividere la vita con un individuo di una specie diversa non è così facile e banale come abbiamo imparato a credere. Penso che dovremmo impegnarci di più nella conoscenza dei nostri cani, glielo dobbiamo già solo perché sono sempre così accomodanti con le nostre incapacità e debolezze di strambi animali su due zampe.

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