L’adozione dal punto di vista del cane

Come vive un cane il processo adottivo?

Se oggi la cultura è più orientata ai bisogni del cane rispetto al passato, tuttavia, persiste ancora un’incoscienza che impedisce di porsi questa domanda tanto importante e che dovrebbe sorgere in automatico.
Tenere in considerazione i sentimenti del cane che dovrà essere accolto in famiglia, le sue emozioni, i suoi legami, le sue certezze, è fondamentale tanto quanto una buon pre-affido.
Esattamente come i cani di famiglia, anche i cani che risiedono nei rifugi, nei canili, che si trovano in stallo o in allevamento, formano relazioni. Nonostante la precarietà a cui sono sottoposti – e se non sono costretti a condizioni di vita inaccettabili come isolamento sociale, abusi o maltrattamento – possono costruire legami importanti con altri cani e con umani con cui fino a quel momento hanno vissuto e con cui hanno condiviso spazi, gioie e dolori.
Quelle relazioni, più o meno profonde, sono tutto ciò che ha consentito loro di creare una base di sicurezza e di riferimento da cui partire per fare nuove esperienze, ampliare un proprio bagaglio di conoscenze e consapevolezze, sviluppare la propria personalità, costruirsi un’immagine di sé e degli altri. Sono dei cordoni ombelicali che, all’atto dell’adozione, vengono spesso recisi bruscamente.
Non solo le relazioni sono importanti, anche il contesto in cui hanno vissuto ha un peso. Li ha influenzati, ha plasmato il loro modo di stare al mondo fino a quel momento e ha contribuito allo sviluppo di quei legami. Si creano, così, una storia di vita vissuta e una cultura personale che non possono e non devono essere cancellate.
Per il cane è determinante, durante l’inserimento nel nuovo gruppo familiare, poter accedere a quei momenti di vita pregressa che contribuiscono a formare una continuità temporale nel cervello, indispensabile per la memoria, per lo sviluppo della personalità, per l’affermazione della propria identità. Recidere improvvisamente legami che sono stati così indispensabili, destabilizza, provoca stress e aumenta l’incidenza di criticità emozionali e relazionali a lungo termine che influenzeranno il rapporto tra cane e adottante, condizionando il benessere del cane, l’inserimento in famiglia e la nuova quotidianità.
Ad eccezione dei contesti insani che sono casi a parte, lì dove il cane riesce a condurre un’esistenza dignitosa e a formare relazioni, l’adozione intesa come atto – quando il cane viene portato a casa in tempi brevissimi – può creare gravi difficoltà. Nella nuova casa, il cane perde completamente e improvvisamente tutti i suoi riferimenti, sociali, visivi, auditivi, olfattivi, chimici. Necessita di tempo e di spazi personali per riformare delle sicurezze, dei punti solidi, delle certezze, e ciò può avvenire soltanto se famiglia e volontari ne sono consapevoli e si mostrano ben disposti all’attesa, all’ascolto, all’aiuto. Pertanto, responsabilità dell’adottante e di chi si occupa dell’adozione, è agevolare l’integrazione del cane in famiglia: aiutare il cane a fare esperienze essenziali di apprendimento che lo preparino ad una vita tra umani, in contesti antropici, è solo una parte del lavoro. Sono indispensabili dei programmi di inserimento progressivo che consentano al cane di vivere nuove esperienze a partire dalle sicurezze formate fino a quel momento, in quel contesto, accompagnati da quei legami già instaurati e così importanti che rappresentano una zona di comfort non da abbandonare, bensì da espandere all’infinito.
Non si tratta soltanto di facilitare il cane ad inserirsi nel nuovo nucleo familiare, è propedeutico che la famiglia adottiva si inserisca nella vita socio-emozionale del cane, garantendo un clima di reciproca e progressiva conoscenza, di curiosità e accoglienza, avendo cura dei suoi tempi, delle sue necessità, della sua diversità, dei suoi spazi, delle sue sicurezze, delle sue relazioni, delle esperienze pregresse.
Se poi la famiglia convive già con un altro cane o con altri cani, il discorso vale per ognuno di loro, andando a facilitare l’integrazione sociale.

Adozioni “a km 0”

Un’attenzione così orientata al cane si dovrebbe ritrovare in tutti i contesti pre-adottivi, dai canili agli allevamenti, dagli stalli provvisori ai rifugi privati, alle cucciolate nate in casa. Voglio concentrarmi un momento sul canile.
Viviamo ancora in una società che considera i cani come beni, oggetti da scegliere, da comprare, da sfoggiare, da affidare. Nell’era dei social, i cani si adottano su Facebook. È vero che i social aumentano le visualizzazioni degli appelli, che quei cani possono avere una maggiore visibilità, ma, mi chiedo, la qualità delle adozioni aumenta allo stesso modo?
Esistono associazioni serie, dove operano persone qualificate, che hanno davvero a cuore il loro operato e il processo adottivo viene condotto nel rispetto del cane, ad esempio, esigendo che il potenziale adottante vada a conoscere il cane di persona, anche se si trova a 1000 km di distanza. Ma non sono tutte così e, anche se è scomodo, consentitemi di dire che, a parer mio, non è sufficiente una conoscenza “lampo”.
Migliaia di cani all’anno muoiono nelle staffette. Centinaia di cani all’anno vengono respinti dalla famiglia affidataria a causa di un’adozione sbagliata. Molti di quei cani finiscono la loro vita in un box.
La superficialità con cui, molte volte, vengono gestite le adozioni e la distanza che può separare cane e adottante, purtroppo, aumentano l’incidenza di adozioni fallimentari: la famiglia non ottiene le giuste informazioni sul cane, è inesperta o si informa male; il cane, che può mostrare già in partenza difficoltà socio-cognitive, non viene capito, non viene tutelato abbastanza e non gli viene dato modo e tempo, né di affrontare serenamente il distacco, né di ambientarsi nella nuova casa.
Io sono una sostenitrice delle adozioni “a km 0”. I canili e i rifugi scoppiano di cani. In ogni città, perfino nei paesini sperduti, se ne trova almeno uno, dove i cani, invisibili, hanno gli stessi identici diritti di qualsiasi altro cane.
Esistono associazioni dove operano persone che hanno trasformato il canile in un luogo in cui lo scambio culturale è in continuo fermento. Io sono dell’idea che chiunque scelga di adottare un cane debba prima conoscerlo, incontrare l’individuo che c’è dietro. Per incontrare intendo interessarsi alla sua storia, ai suoi legami, dargli valore, concedere e concedersi il tempo per studiarsi reciprocamente, per condividere insieme delle esperienze, formando un legame che sarà la base di una futura relazione. Incontrarlo lì, in canile e creare, a partire da quel contesto, opportunità di contaminazione e scambio, svelandoci man mano, rivelandoci l’uno l’altro, scoprendoci a vicenda.
Penso che ad oggi, in Italia, ci siano un livello di cultura e di progresso riguardo il cane, tali per cui sia possibile, da parte degli adottanti, imparare a vivere il canile come reale contesto pre-adottivo che non solo consenta al cane di affrontare con la massima serenità e fiducia il processo dell’adozione fino all’inserimento progressivo nella nuova casa, ma permetta anche di toccare con mano la realtà che quel cane ha vissuto per lungo tempo, acquisendo nuove consapevolezze, creando numerose possibilità di crescita e diventando noi stessi promotori di una cultura orientata al benessere e alla qualità di vita del cane.
Utopia?
Cultura è cambiamento e il cambiamento inizia sempre dalla volontà di osservare le cose da prospettive diverse.


A seguire:
Programmi di inserimento in famiglia 

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